L’importanza di fare sistema e creare una reale Industria culturale in Campania

Qualche anno fa Chris Anderson scrisse diffusamente della coda lunga (The Long Tail).
Il punto centrale dell’analisi è che applicando il concetto di coda lunga all'editoria, grazie ai media digitali, circola maggior denaro nella coda rispetto alla testa, e quindi i prodotti di nicchia avranno molte più possibilità di profitto. Nelle situazioni in cui la popolarità è determinata dal minimo comun denominatore, un modello a coda lunga può generare un miglioramento del livello culturale della società. E su questo concetto che si potrebbe fondare una nuova prospettiva per l’editoria.

Questa rivoluzione in Italia è ancora a uno stadio primitivo. Basti pensare che qui da noi, dove il mercato è assolutamente residuale, gli ebook vengono progettati convertendo prodotti editoriali tradizionali, mentre l’aspirazione massima dovrà essere quella di progettare unicamente tenendo conto del device finale: progettare direttamente ebook. Ma dietro di sé questa evoluzione include nuovi profili professionali, con dinamiche molto veloci di cambi di scenari. Addirittura questi nuovi profili sono già vecchi perche all’orizzonte ne emergono di nuovi.

La figura dell’editore è destinata a modificarsi concentrandosi sul ruolo di facilitatore della carriera dei propri autori. Gli editori dovrebbero sviluppare marchi di eccellenza per argomenti o generi particolari cosi da rendere, per quelle “nicchie” le loro piattaforme più attraenti di quelle offerte dalla concorrenza e diventare molto , ma molto più bravi di quanto non siano ora nelle vendite dirette e nel marketing.
Sintetizzando dobbiamo riconquistare alcuni di quei ruoli demandati da sempre alla catena distributiva, la quale in un periodo di forti concentrazioni editoriali, come quelle a cui assistiamo in Italia, stanno determinando a loro volta la scomparsa delle case editrici piccole, medie e di qualità.
Oggi ne sono ancora più convinto il libro come processo dell’acquisizione del sapere non tramonterà, cambierà forma, si modificherà l’uso, si conierà un altro termine, per sostituire il verbo leggere, ma non si tornerà indietro all’epoca degli amanuensi, alle elites di lettori, pochi e privilegiati. Certo è fondamentale acquisire conoscenze sempre più profonde per utilizzare in maniera attiva la rete. Direi è importante farne un uso consapevole. Un po’ come per i lettori tradizionali, ci saranno quelli deboli e quelli forti. Dipende dall’uso che si fa della rete e soprattutto dalla preparazione che avremo per usarla.

Certo l’enorme difficoltà della nostra editoria è da ascriversi anche agli stessi editori. Il mercato editoriale italiano è di fatto subordinato a un vero e proprio oligopolio. Sono sei i grandi gruppi industriali italiani che intraprendono pressoché in regime di oligopolio. Sono loro i principali detrattori della rete non a caso. Perche sanno perfettamente che la rete li depaupera del loro ruolo, cominciano ad avere crisi di identità significative. Con differente intensità sono terrorizzati dalla fine del copyright, dal trionfo del self –publishing, dalla fine del libro cartaceo.
La crisi risiede anche nell’aver tentato di contrastare le forze esterne (Amazon per esempio) solo con iniziative legate al prezzo di copertina. Ma soprattutto a iniziative degli ultimi governi (mi riferisco anche alla cosiddetta legge Levi) che non ha contribuito a un miglioramento della situazione per la piccola e media editoria, anzi ha fatto da detonatore alla crisi attuale. Non solo ha anche fatto più o meno consapevolmente da stimolatore per ciò che è accaduto negli ultimi dodici mesi nel nostro paese.

Da tempo i sei grandi gruppi editoriali italiani (Mondadori, Rizzoli, Gems, De Agostini, Giunti e Feltrinelli) hanno di fatto coperto tutti gli aspetti della filiera, determinando una vera e propria “occupazione militare” degli spazi in libreria. Infatti le “sei sorelle” hanno creato librerie di catena, spesso hanno proprie tipografie, reti autonome di promozione. Sistemi distributivi propri, partecipano alle società che gestiscono la distribuzione di libri nelle GDO (Grande distribuzione organizzata). Ma – ed è storia recente - si fondono, vedi Mondadori/Rizzoli, oppure creano sistemi di distribuzione unici: Le prime due aziende distributive nazionali si fondono anch’esse, PDE del gruppo laFeltrinelli passa a Messaggerie libri gruppo Meli (cioe Gems). Nasce nasce il nuovo polo italiano della distribuzione libraria da 70 milioni di volumi all’anno. Un monopolio, questa volta.
Tutto ciò sta determinando la chiusura progressiva delle librerie indipendenti e la sofferenza degli editori indipendenti che ormai si rappresentano “come specie in estinzione”, particolarmente, sui banchi delle librerie di catena, con la grave conseguenza di proporre solo ed esclusivamente processi di omologazione nell’offerta editoriale. Con la costituzione della citata joint-venture il mercato risulterà ancora di più impermeabile.

Qualcuno pensa ma questo è il mercato!
Certo che è il mercato. Un mercato chiuso impermeabile. Si assiste quindi in maniera evidente allo stritolamento del pluralismo. Tutto ciò ci impone non solo di comprendere la crisi, ma soprattutto di costruire delle alternative a tutela dell’editoria indipendente, soggetti quindi che garantiscono pluralità, democrazia, bibliodiversità. La rete in questo rappresenta una risorsa non un problema!
A Napoli e in Campania i processi non sono diversi. La nostra regione inoltre è tra le ultime in Italia per numero di lettori. Qui negli ultimi mesi abbiamo assistito alla chiusura di librerie storiche in maniera evidente. Eppure esistono numerose realtà editoriali storicizzate, innovative, giovani e di recente costituzione. Realtà che spesso hanno difficoltà a confrontarsi tra loro, per quel limite che risiede nel forte individualismo che è un ulteriore condanna per il Sud. Una filiera editoriale che ha bisogno di interventi urgenti in termini di infrastrutture e promozione. Di incentivi per la crescita dimensionale degli editori. Soprattutto di un’infrastruttura tale da “obbligare” gli editori a fare rete, a fare sistema.

È sempre stato molto difficile per un editore che parte da Napoli imporsi nazionalmente, certo abbiamo avuto sporadici casi, ben presto assorbiti e diluiti per svariate ragioni.
Sono fermamente convinto, avendolo vissuto direttamente, che abbiamo pagato duramente, noi editori campani, quell’etichetta artificiale di essere definiti “editori locali senza mercato al nord”. Etichetta incollata da distributori e promotori, cioè da coloro da cui dipendiamo per penetrare nel mercato tradizionale librario. Qualche tempo fa lo scrittore Antonio Scurati, denunciò senza infingimenti che “l’industria editoriale del Nord sfrutta l’etnicità culturale del Sud per vendere soprattutto all’estero (e aggiungo non solo) con risultati incoraggianti”. Non so davvero chi possa smentire Scurati a distanza di anni
Intanto però se siamo noi a produrre una narrativa che racconta Napoli, immediatamente, siamo etichettati come editori locali. Ciò è grave, e denuncia una forma di ghettizzazione/colonizzazione nei nostri confronti, precludendoci un possibile e fecondo mercato. Come spesso accade, bisogna nascere a Napoli e prenderne l’eredità culturale per poi spenderla al Nord sperando che qualcuno poi da Napoli se ne accorga e ne riconosca il giusto e sudato merito? Domande a cui spesso non c’è risposta, soprattutto se non si condividono obiettivi e forme di cooperazione che probabilmente ci porterebbero a neutralizzare, tutti insieme, preconcetti così ben radicati.
Ovviamente a fare da sfondo a tutto ciò è la mancanza di media nazionali da Napoli in giù, per esempio o, piuttosto, della mancanza totale di infrastrutture. Ma è anche la mancanza di una messa a sistema, di una rete tra tutti gli operatori dell’industria culturale. Un’industria culturale che è talmente parcellizzata da risultare debole o inesistente. Nonostante siamo detentori di un patrimonio unico, quell’enorme capitale immateriale che con pochissimi interventi potrebbe tradursi in un’enorme ricchezza materiale: La fabbrica dei racconti.
La fabbrica dei racconti.

La nostra regione possiede:
a) un capitale immateriale di prim'ordine composto da ideatori, realizzatori e interpreti di storie;
b) un giacimento di materie prime narrative - luoghi pregni di passato e dall'inconfondibile aura estetica - capaci di suscitare a getto continuo la creazione di storie (mi vengono subito in mente il Seicento di Cilento e Mozzillo, il Settecento di D. Fernandez, l'Ottocento di Vladimiro Bottone, di Marasco, Morea, Ossorio; addirittura i campi flegrei paleocristiani di Perillo).

Cos'è mancato, finora, a questo quadro?
Il gallerista, cioè l’istituzione regionale. In altri termini il soggetto con la capacità di mettere a sistema i fattori produttivi: un capitale umano fatto di energie creative da un lato e, dall'altro, quei beni storico-artistici che possono corrispondere ad altrettanti serbatoi di racconti.
E' finora mancato, in altri termini, il soggetto in grado di favorire la nascita di una vera e propria filiera di trasformazione dei luoghi venuti a noi dal passato in ambientazioni per storie; delle storie in fiction; della fiction in ritorno di attrattività per il patrimonio storico cittadino e regionale. In altri termini il disegno di un circuito virtuoso campano che valorizzi una serie di soggetti campani: i creatori di racconto; gli sviluppatori e i realizzatori di storie; gli editori, le società di produzione private e i centri di produzione pubblici; gli sponsor associabili nel recupero dei siti storici; gli specialisti in fondi comunitari; gli operatori del turismo; i soggetti dediti alla conservazione, al recupero e al restauro dei beni artistici.

Le ricadute - in termini di leva occupazionale e messa in valore di monumenti ed edifici, anche ai fini di una loro piena sottrazione al degrado – mi sembrano plausibili. O meritevoli, almeno, di essere verificate nella loro fattibilità.

Incontri come quello odierno, che hanno il merito di riunire larga parte degli attori dell’Industria culturale costituiscono un passo, non sufficiente ma sicuramente necessario, per riflettere in modo operativo su quella fabbrica diffusa di racconti in grado, almeno potenzialmente, di produrre ricchezza materiale da un capitale immateriale.

Per mancanza di tempo farò solo un brevissimo accenno alla legge regionale 13/2013 Promozione e sostegno dell’editoria libraria regionale e dell’informazione locale. Una legge che trae origine da un disegno di legge presentato alla fine della seconda consiliatura Bassolino. Frutto di un enorme lavoro che vide impegnati la quasi totalità degli editori campani e che fu seguita dal sottoscritto fin dal 2008, in qualità di Presidente della sezione Editoria Cultura e Spettacolo dell’Unione degli Industriali di Napoli, assieme a Franco Liguri, Diego Guida e molti altri . Una legge all’epoca fortemente innovativa che mirava alla promozione e all’innovazione del comparto. Una legge che è evaporata, perdendo le caratteristiche di filiera e di sostegno all’editoria. Un sostegno che non doveva esprimersi sotto forma di contributi economici, ma con la creazione di meccanismi agevolatori per la valorizzazione dell’editoria campana e per la promozione della lettura. Mi spiace dirlo ma la giunta Caldoro ha completamente travisato il senso di questa legge con la complicità anche delle forze di opposizione della scorsa legislatura, non me ne vogliano gli editori delle testate presenti in sala. Ma l’unione nella stessa legge di editoria libraria e informazione è stato un boomerang per tutti. Con quale concretezza si tenta di impostare una legge, facendola passare per legge di sistema, senza coperture economiche sufficienti, con quale visione si tenta di far passare una ormai leggina per legge di sistema senza il coinvolgimento totale delle imprese componenti l’intera filiera dell’industria culturale. Era un punto di partenza importante invece per giungere a una legge di sistema reale e creare le infrastrutture necessarie alla nascita di una reale industria culturale campana. Mi auguro davvero che il tema venga fatto proprio dall’attuale consiliatura regionale.
La rete territoriale
In questi mesi, inoltre, mi sto occupando, con ANCI Campania, della creazione di una rete territoriale tra comuni che promuova lo sviluppo sociale e produttivo della nostra regione.
Una rete territoriale che promuova il driver cultura non solo come momento di sviluppo e di pratiche organizzate quale l’impresa sociale di comunità, ma che sia in grado di sviluppare un indotto produttivo dal basso, ovvero seminando nelle giovani generazioni un’attenzione verso il tema della cultura non solo come momento di fruizione passiva ma come momento di partecipazione attiva nell’ ambito di una filiera produttiva indipendente.
Edgar Colonnese

Intervento al convegno "Editoria e nuove prospettive per una produzione culturale di qualità nel Mezzogiorno" organizzato dall’ A.R.E.C. Campania il 16/11/15 Hotel Royal, Napoli.